Accrual valutazione beni culturale, la proposta italiana secondo criterio di fruibilità

In materia di valutazione dei beni culturali, nei numerosi casi in cui non sia possibile utilizzare i criteri a valori storici, valore di mercato, valore di sostituzione, valore d'uso classico, Il Board italiano, tramite MEF ha proposto una soluzione diversa, basata sul VALORE DI FRUIBILITA' del bene culturale. Vediamo come funziona.

L'Italia propone di attribuire al bene culturale un valore contabile non cercando necessariamente un prezzo di vendita del bene, ma misurando economicamente il valore della sua fruibilità attraverso i ritorni netti che il bene genera per la collettività e per la Pubblica Amministrazione, attualizzati al presente. E, cosa particolarmente interessante per Regioni, Comuni, Province e Città metropolitane, questi ritorni non sono soltanto i soldi incassati direttamente dall'ente: comprendono anche gli effetti economici e fiscali prodotti dal turismo che il bene genera.

La proposta nasce da una constatazione semplice, ovvero un bene come Pompei; gli Uffizi; un castello comunale; una biblioteca storica; un museo; una villa storica; può avere un valore culturale enorme, ma spesso non è vendibile; non ha un vero prezzo di mercato; è unico e quindi non sostituibile; ha una vita utile potenzialmente indefinita. Sono proprio le caratteristiche che rendono difficilmente applicabili i tradizionali criteri di valutazione.

LA NOTA RILEVA infatti CHE LA METODOLOGIA ITALIANA È PENSATA ESSENZIALMENTE PER BENI CHE NON SONO ALIENABILI, NON SONO SOSTITUIBILI E HANNO UNA VITA UTILE POTENZIALMENTE INFINITA.


Esempio: Quanto vale il Colosseo? Non possiamo realisticamente dire "Vale 300 milioni perché un immobile simile viene venduto a 300 milioni” in quanto non esiste un mercato del Colosseo. E non possiamo neppure dire "Vale quanto è costato costruirlo." Perché il costo storico è remoto, non ricostruibile e comunque non rappresenterebbe necessariamente il valore economico attuale della sua fruizione.

L'Italia propone quindi di cambiare prospettiva, laddove non sia possibile valutare al valore storico, di mercato, di sostituzione (per le attività operative), valore d’uso in senso stretto.

Il concetto fondamentale: non valutiamo la "pietra", valutiamo la fruibilità

La proposta considera lo scambio economico non come vendita del bene, ma come servizio di fruizione del bene. Il bene culturale offre alla collettività un servizio; il concetto è "si permette di visitare, conoscere, utilizzare e fruire di questo patrimonio." La collettività attribuisce a tale servizio un valore economico, che può essere osservato attraverso ciò che le persone e l'economia sono disposte a spendere per poterlo fruire.


Esempio: Un Comune possiede un castello storico, che non viene venduto. Ma ogni anno, 50.000 persone lo visitano; pagano € 8 di biglietto; acquistano libri e souvenir; utilizzano il bar; partecipano a visite guidate; soggiornano negli alberghi della zona; mangiano nei ristoranti; utilizzano trasporti locali.

Il bene quindi produce un servizio di fruizione, ed è tale capacità di generare valore economico che la metodologia vuole misurare.

La vera forza della proposta italiana è che si può valutare anche ciò che non ha un prezzo di mercato

Il bene culturale non deve necessariamente avere un prezzo di mercato per avere un valore economico contabilizzabile.

La Nota individua infatti due possibili dimensioni: a) quanto è costato creare, conservare, rendere fruibile il bene; oppure b) quanto valore economico produce la sua fruizione nel tempo.


Il semplice costo storico può essere insufficiente

Ipotizziamo che un Comune abbia speso € 2 milioni per restaurare e rendere visitabile un castello.

Dopo il restauro il castello genera: € 300.000 di biglietti; € 100.000 di concessioni; € 50.000 di servizi; € 1 milione di nuove attività economiche nel territorio; conseguenti entrate fiscali.

Il valore economico attuale dei benefici futuri potrebbe essere molto superiore ai € 2 milioni investiti.

Viceversa, un bene potrebbe avere richiesto enormi risorse pubbliche ma produrre pochi ritorni economici diretti.

La Nota sottolinea proprio che, nel patrimonio culturale, costo dell'investimento e valore attuale dei ritorni economici possono divergere anche enormemente, perché l'intervento pubblico non viene normalmente deciso sulla base della redditività.

Quindi la proposta italiana è attualizzare i ritorni futuri. Il Valore del bene = valore attuale dei ritorni netti futuri. Quindi:

VALORE = flussi netti futuri ÷ tasso di attualizzazione

Per un bene che durerà potenzialmente per sempre, si considera un orizzonte temporale molto lungo.


Esempio:

Supponiamo che un museo produca stabilmente € 10 milioni di ritorni netti all'anno

e che il tasso di attualizzazione sia 1,5%.

In una versione semplificata, il valore sarebbe: € 10 milioni / 1,5% = circa € 667 milioni.

Questo non significa che il museo potrebbe essere venduto per € 667 milioni, ma che la capacità economica attuale del museo di generare nel tempo quei ritorni è stimata in circa € 667 milioni.

Cosa sono i "ritorni netti"?

La Nota divide i ritorni in due grandi categorie.

1.Ritorni diretti. Sono quelli immediatamente collegati alla gestione e fruizione del bene.

Ad esempio biglietti; concessioni; servizi aggiuntivi; bookshop; caffetteria; eventi; altri ricavi.

Meno i costi necessari per rendere possibile la fruizione.

Quindi:

Ricavi diretti – costi di gestione = ritorno netto diretto.

Esempio di ritorno diretto

Un museo comunale incassa in un anno:

Biglietti: € 500.000

Bookshop: € 100.000

Affitto spazi ed eventi: € 50.000

Concessione bar: € 30.000

Totale ricavi € 680.000

Personale: - € 250.000

Pulizia, utenze, guardiania: - € 150.000

Ritorno netto diretto € 280.000

La metodologia non prende quindi semplicemente:

€ 680.000

ma considera il ritorno netto:

€ 280.000.


2.Ritorni indiretti

Supponiamo che il museo comunale abbia:

100.000 visitatori all'anno.

Di questi:

70.000 vengono da fuori Regione.

Queste persone non spendono solo € 10 per il museo.

Spendono anche:

  • € 120 per albergo;
  • € 50 per ristorazione;
  • € 20 per trasporti;
  • € 30 per altre spese.

Il museo quindi genera un'economia turistica.

La Nota considera, in relazione ai visitatori provenienti da fuori area, proprio:

  • pernottamenti;
  • ristorazione;
  • trasporto;
  • altre spese.

Oltre a tutto, su questa economia turistica lo Stato e gli enti pubblici ricevono:

  • IVA;
  • imposte sul reddito;
  • tassa di soggiorno, ove prevista;
  • altre entrate fiscali.

Anche queste entrate pubbliche aggiuntive sono ritorni indiretti.

La proposta non dice: "il bene vale solo ciò che produce"

La Nota riconosce che esistono beni che la collettività decide di conservare anche se non producono grandi ritorni economici.


Per esempio:

un piccolo monumento locale visitato da 500 persone all'anno.

Il suo valore economico misurabile può essere modesto.

Ma il bene può avere:

valore storico;

valore identitario;

valore educativo;

valore culturale;

valore sociale.

La Nota riconosce espressamente questi vantaggi ulteriori, come promozione della conoscenza, educazione al bello e senso di identità storico-culturale.

Questi elementi, però, non vengono automaticamente trasformati in euro, vengono rappresentati attraverso la disclosure, cioè l'informativa qualitativa.

Questa distinzione è importante:

MEASUREMENT

"Quanto valore economico posso ragionevolmente misurare?"

DISCLOSURE

"Qual è il valore storico, artistico, culturale, identitario e sociale del bene?"


E questo risolve un problema fondamentale

Pensiamo a una piccola biblioteca storica comunale.

Potrebbe avere:

  • € 20.000 di entrate;
  • € 200.000 di costi;
  • pochissimi visitatori;
  • nessun mercato;
  • nessun grande effetto turistico.

Se guardiamo esclusivamente al ritorno finanziario:

valore economico molto basso.

Ma il bene ha un enorme valore:

storico + culturale + educativo + identitario.

La metodologia non pretende di affermare:

"la biblioteca vale zero".

quanto piuttosto:

il valore monetario contabilmente misurabile può essere limitato, mentre il valore culturale deve essere rappresentato attraverso un'adeguata informativa non finanziaria.